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Case pensate per un’Italia che non esiste più

Case pensate per un’Italia che non esiste più

Non è colpa dei vicini: il condominio è nato in emergenza.

Quando l’edilizia seguiva l’economia, non le persone. (e continuiamo a viverci dentro fingendo che il problema siano i vicini).

Il condominio non è mai stato un’idea felice..

Diciamolo subito, così qualcuno può smettere di leggere già qui: la vita di condominio non è peggiorata perché le persone sono diventate incivili. È peggiorata perché non è mai stata pensata per funzionare davvero.

Il condominio italiano nasce come soluzione rapida a una serie di emergenze — non come progetto di convivenza. Emergenza abitativa, economica, produttiva. Nessuna di queste aveva come priorità la qualità della vita, tantomeno le relazioni tra chi avrebbe condiviso muri, rumori, spazi e silenzi.

Eppure continuiamo a raccontarci che “una volta si stava meglio”.

No. Si stava semplicemente ‘stipati’ in modo diverso.

Abitare insieme non è stata una scelta.

Nel dopoguerra servivano case. Tante e subito.

Le città si riempirono in fretta di edifici pensati per contenere persone, non per farle convivere. La priorità era mettere un tetto sopra la testa, non costruire comunità. Ovvio! Ma in emergenza e ricostruzione di un paese bombardato, chi andava a pensare alla comunità??

Il condominio nasce così:

  • per necessità
  • per urgenza
  • per concentrazione forzata

La vicinanza non era un valore. Era una conseguenza.

Il primo errore è stato lí: confondere ‘l’abitare insieme’  con il ‘vivere insieme’.

Quando l’edilizia ha seguito il PIL:

Con il boom economico l’edilizia diventa un motore di crescita.

Velocità, standardizzazione, replicabilità. Tutto ciò che non produce valore immediato viene tagliato: spazi comuni veri, transizioni morbide tra pubblico e privato, luoghi di relazione.

Gli edifici vengono progettati per:

  • famiglie “tipo”
  • vite scandite fuori casa
  • tempi tutti uguali .. insomma il Mulino Bianco-:)

Non per:

  • solitudini
  • fragilità
  • differenze

Qui nasce il condominio che conosciamo: funzionale, efficiente, emotivamente ostile.

Non perché qualcuno fosse cattivo. Ma perché non era una priorità chiedersi come si vive lì dentro.

Indovina un po’ ? Oggi paghiamo quella scelta!

Oggi abitiamo in edifici progettati per un’Italia che non esiste più.

Dentro gli stessi spazi convivono:

  • single
  • anziani soli
  • famiglie spezzate
  • lavoro da casa
  • culture diverse
  • ritmi incompatibili
  • turisti

E poi ci stupiamo se:

  • i rumori diventano intollerabili
  • l’ascensore è un campo minato
  • il pianerottolo è uno spazio neutro, quando va bene

Ascensori, muri sottili e silenzi forzati non sono un problema di educazione.

Sono il risultato di scelte progettuali fatte decenni fa e mai rimesse in discussione.

Il conflitto non è un incidente, non è la cattiveria di un singolo.. è per lo più strutturale.

Qualcuno di voi magari si  arrabbierà a leggere ciò che sostengo, ma ne sono convinta:

le regole condominiali non servono a creare convivenza. Servono a contenere il disagio.

Più aumentano le norme, più è evidente che lo spazio non regge le persone che lo abitano.

Il conflitto non è un’anomalia da correggere. È un segnale.

Continuare a colpevolizzare i singoli — “la gente non è più quella di una volta” — è un modo per non guardare il problema vero: viviamo in strutture pensate per un’altra società. C’erano altri ritmi di vita, meno rumori, meno auto.. il sistema nervoso di oggi non è fatto per stare a sentire, senza volerlo, tutto quello che accade nella parete di fianco perché era costruita in modo differente!

Il condominio non è in crisi perché siamo diventati peggiori, ma è in crisi perché non è mai uscito dall’emergenza in cui è nato.

Capirlo non risolverà tutto ma almeno smette di farci credere che il problema sia sempre il vicino di casa.

E questa, oggi, è già una forma di rigenerazione.

 

©Riproduzione riservata

Vania Pavan

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