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Cosa fare se la mediazione “costa troppo”? Il Tribunale di Verona disapplica l’obbligo di mediazione perché i costi sono troppo elevati

Cosa fare se la mediazione “costa troppo”? Il Tribunale di Verona disapplica l’obbligo di mediazione perché i costi sono troppo elevati

Il Tribunale di Verona accende i riflettori sul D.M. 150/2023 che ha “adeguato” i costi dei procedimenti di mediazione alla luce della c.d. “Riforma Cartabia"

Il fatto e la questione giuridica

Nell’ambito di un procedimento avviato per il riconoscimento della responsabilità professionale di un avvocato per negligenza e imperizia dello stesso nell’espletamento del mandato professionale. L’ex cliente aveva escluso di dover ricorrere a qualsiasi condizione di procedibilità, pur avendo azionato una convenzione di negoziazione assistita (che non ha avuto riscontro alcuno). Dal tenore del testo dell’ordinanza, si ritiene che il procedimento sia stato incardinato con “ricorso”, atto introduttivo riservato al procedimento “semplificato”, dinanzi al quale l’avvocato convenuto chiede il mutamento del rito (procedendo quindi con quello ordinario) e l’autorizzazione a chiamare un terzo.

Il Giudice procedente si interroga circa l’eventuale necessità di avviare un tentativo obbligatorio di mediazione, sciogliendo positivamente tale questione posto che il rinnovato art. 5, comma 2, del d. Igs. 28/2010, come integrato dall’art. 7, lett. e) del d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 149 (c.d. “Riforma Cartabia”), ha ampliato il novero delle controversie sottoposte all’obbligo del preventivo tentativo di conciliazione obbligatorio, inserendovi anche quelle in materia di contratto d’opera (art. 2222 c.c.), e – per estensione – anche quelle in materia di contratto di prestazione d’opera intellettuale.

Si arriva, poi, a disapplicare l’obbligatorietà del tentativo di mediazione in quanto troppo oneroso per la parte ricorrente.

Tuttavia, sviluppando il proprio ragionamento, il Tribunale di Verona compie – in modo inconsapevole e sicuramente in buona fede – una serie di “catastrofi giuridiche” di portata eccessivamente grave, ovvero:

  • Estensione (indebita) del novero delle materie per cui è prevista la mediazione obbligatoria
  • Mancata dichiarazione dell’improcedibilità del ricorso presentato
  • Disapplicazione di una norma di rango primario (la cui competenza è della Corte costituzionale)

Il contratto di opera intellettuale non è contratto d’opera.

La questione sottesa è tecnica, ma estremamente rilevante. Il “contratto d’opera” è regolamentato dal Codice civile (Libro V – Del lavoro; Titolo III – Del lavoro autonomo; Capo I – Disposizioni generali) quale situazione in cui «una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente» (art. 2222 c.c.). Viceversa, la “prestazione di opera intellettuale” è regolata separatamente nel Codice civile (Libro V – Del lavoro; Titolo III – Del lavoro autonomo; Capo II – Delle professioni intellettuali), quale forma speciale caratterizzata dalla necessaria iscrizione in Albi, Ordini o Collegi (art. 2229 c.c.), cui viene dedicata una disciplina specifica (Uno spunto interessante è fornito dalla Prof. Avv. Brunella Brunelli, Le nuove materie di mediazione obbligatoria).

Mancata declaratoria dell’improcedibilità

Laddove il ragionamento del Giudice del Tribunale di Verona fosse corretto (ovvero: nel caso in cui la nozione di “contratto d’opera” fosse estensibile anche ai “contratti di opera intellettuale”, con conseguente obbligo di esperimento del tentativo di mediazione prima di attivare il procedimento giudiziario), non si può che censurare la (grave) omissione del magistrato che non ha applicato il medesimo ragionamento alla parte ricorrente (di fatto: cassandone le argomentazioni in ordine la non obbligatorietà della mediazione nel caso di specie). Ed invero, se la mediazione costituisce davvero il presupposto necessario rispetto al giudizio di merito, è evidente – per propria ammissione – che parte ricorrente non l’ha azionato, con la conseguente improcedibilità della domanda giudiziale.

Ritenendo il contrario, ovverossia che è possibile instaurare il giudizio nonostante il mancato assolvimento della condizione di procedibilità, si snatura il sistema processuale e si vanificano le intenzioni del legislatore (europeo e nazionale) che intende alleggerire il carico giudiziario invitando le parti a trovare una composizione amichevole al di fuori delle aule di tribunale.

Avendo comunque sviluppato il procedimento, il magistrato si è posto nella condizione di fornire una evidente (e grave) motivo di invalidità del procedimento che potrà essere fatto valere in appello, per ottenere l’annullamento del giudizio di primo grado.

La disapplicazione del tentativo (obbligatorio) di mediazione per “onerosità”

Ben più grave è l’atteggiamento del magistrato che, ritenendo necessario il tentativo obbligatorio di mediazione, ritiene che lo stessa non debba essere perseguito in quanto “eccessivamente oneroso” per la parte privata, posto che il D.M. 150/2023 ha introdotto nuovi parametri tariffari, più elevati rispetto a prima, con l’obbligo dell’assistenza professionale (retribuita). Sul punto, il magistrato argomenta che «non è dubitabile poi che l’esborso al quale le parti sono tenute nei confronti dei rispettivi legali sia consistente se si considerano, in difetto della evidenza di un accordo sul punto, gli importi dei valori medi di liquidazione fissati dal D.M. 147/2022» e che «il costo per l’assistenza difensiva per le parti rimane significativo anche se li procedimento di mediazione dovesse concludersi al primo incontro».

Tenuto conto che le spese sostenute per le procedure di mediazione essa sono utilizzabili come credito di imposta anche in caso di insuccesso della procedura, il giudice effettua una valutazione economica in concreto, rilevando la risibilità dell’importo riconosciuto a fronte del costo plausibile (ai minimi tariffari) della procedura e dell’assistenza legale e, per l’effetto ritenere applicabile la previsione della Corte di Giustizia secondo cui si intende evitare che «ciascuna delle parti che partecipano alla procedura di Adr debba sostenere un onere economico immediato, o meglio, sia gravata dalla relativa obbligazione».

Riflessioni conclusive

L’ordinanza del Tribunale di Verona è senz’altro innovativa e solleva diverse riflessioni e considerazione in ordine all’effettiva azionabilità dei procedimenti di mediazione obbligatoria, che – secondo il Giudice procedente – sarebbero fortemente condizionati dal costo della procedura medesima, in violazione tanto delle pronunce della Corte di Giustizia quanto, ben più rilevante, dell’art. 24 Cost., a mente del quale la “domanda di giustizia” non può essere limitata da motivazioni economiche.

Ecco quindi che, in attuazione del disposto di cui all’art. 3, comma 2 Cost., il Legislatore ha previsto espressamente delle forme di incentivo economico che possano contemperare i costi vivi sostenuti per le procedure di mediazione:

  • Riduzione di 1/5 del costo della procedura, nei casi di mediazione obbligatoria o demandata dal giudice
  • Credito fiscale
  • Patrocinio a spese dello Stato

Orbene, sotto quest’ultimo profilo, se la procedura di mediazione consente di beneficiare del patrocinio a spese dello Stato, ovverossia quella forma di contribuzione di parte pubblica che permette agli indigenti di acquisire le prestazioni di un professionista, il cui costo sarà sostenuto dallo Stato medesimo, si fatica a comprendere le argomentazioni del giudice veronese. Rendere facoltativa l’obbligatorietà dell’accesso alla procedura di mediazione in base alle condizioni soggettive delle parti coinvolte e della discrezionale valutazione tra costo e beneficio, evidentemente viziata dalla presa di coscienza che – in alcuni casi – obbligare le parti a provare a mettersi d’accordo non serve a nulla.

Tale valutazione prodromica, tuttavia, rischia di divenire un alibi per eludere l’ordine processuale stabilito (tentativo di mediazione -> procedimento di merito -> appello -> ricorso in Cassazione), rinunciando alle opportunità della mediazione.

Detto in altri termini, bisogna fare attenzione a che la poca convenienza economica (valutata da chi?) non rischi di costituire il pretesto per evitare procedimenti di mediazione che si riducano esclusivamente in un passaggio formale e fine a sé stesso sulla base di una valutazione discrezionale (anche in questo caso, valutata da chi?) che porti ad azionare una procedura giudiziaria, incaricando il giudice dell’onere di valutare se la procedura di mediazione potrebbe – astrattamente – essere funzionale o meno alla risoluzione della controversia.

Se non fosse che tale valutazione è già eseguibile da parte dei magistrati grazie alla previsione di cui all’art. 185-bis c.p.c., ci si domanda il senso di tale posizione. E, soprattutto, quale sia l’effettivo interesse sotteso a “tornare in Tribunale”, introducendo elementi di discrezionalità tali da “giustificare” qualsiasi omissione dei tentativi (obbligatori) di mediazione.

Puoi richieste il testo completo del Giudice del Tribunale di Verona scrivendo a redazione@condominiocaffe.it

©Riproduzione riservata

Avv. Peter Lewis Geti

Via Curtatone e Montanara, 28 - 56126 Pisa (PI) studio@avvocatogeti.com http://www.avvocatogeti.com

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