C’è un format che, nelle ultime settimane, sta invadendo i social. Qualcuno, con tono sicuro e spesso apodittico, passa in rassegna le professioni del presente e assegna loro un destino. Questa si salverà. Questa scomparirà. Questa conviene. Quest’altra è ormai finita.
Il verdetto è quasi sempre lo stesso.
Le professioni manuali vengono indicate come il porto sicuro del futuro: l’idraulico, l’elettricista, il falegname, il tecnico specializzato.
Le professioni intellettuali, invece, vengono archiviate con sorprendente leggerezza. Avvocati, commercialisti, consulenti, amministratori di condominio sarebbero destinati a diventare irrilevanti, perché l’intelligenza artificiale sarebbe ormai in grado di fare il loro lavoro.
È una narrazione efficace. E proprio per questo è pericolosa.
Non perché sopravvaluti le capacità dell’intelligenza artificiale. Sarebbe un’obiezione troppo semplice. È pericolosa perché costruisce una vera e propria mistificazione cognitiva e informativa.
Cognitiva, perché induce a identificare una professione con la somma delle attività che svolge quotidianamente.
Informativa, perché omette l’elemento essenziale: il valore di una professione non coincide mai con le operazioni che esegue, ma con la responsabilità che assume, con il giudizio che esercita e con la fiducia che è chiamata a generare.
Ed è proprio qui che la narrazione social mostra tutta la sua fragilità.
Se confondiamo una professione con i suoi compiti operativi, allora sarà inevitabile concludere che ogni attività automatizzabile renda superfluo anche il professionista.
Ma questa conclusione non descrive il futuro.
Descrive soltanto un errore di prospettiva.
La mistificazione nasce da un errore di prospettiva
Gran parte di questi contenuti parte da un presupposto apparentemente logico: se l’intelligenza artificiale è in grado di svolgere molte delle attività tipiche di una professione, allora quella professione è destinata a scomparire.
È una conclusione suggestiva. Ma è sbagliata.
Si tratta di una vera e propria mistificazione cognitiva e informativa.
La prima, perché induce a confondere una professione con l’elenco delle attività operative che la compongono.
La seconda, perché trasmette un’informazione incompleta, omettendo proprio ciò che distingue un professionista da un semplice esecutore.
Una professione non coincide con ciò che fa materialmente ogni giorno.
Coincide con il valore che genera, con il giudizio che esercita, con la responsabilità che assume e con la fiducia che riesce a costruire.
Ridurre tutto questo alla capacità di scrivere una lettera, predisporre una contabilità o redigere un documento significa osservare il fenomeno da una prospettiva limitata.
L’intelligenza artificiale non elimina il professionista. Ne cambia il ruolo.
L’intelligenza artificiale sta già automatizzando una parte consistente delle attività ripetitive svolte negli studi professionali.
È un dato di fatto.
Preparare comunicazioni, elaborare documenti, organizzare informazioni, supportare la contabilità, produrre bozze di testi o ricostruire rapidamente un quadro normativo sono operazioni che oggi possono essere svolte, almeno in parte, da sistemi di IA.
Da qui, però, a sostenere che il professionista diventi inutile il passo è enorme.
In realtà accade l’esatto contrario.
Più aumenta la capacità operativa dell’intelligenza artificiale, più cresce il valore di chi è chiamato a governarla.
Il professionista non è più soltanto colui che esegue.
Diventa il supervisore dell’intero processo.
Conosce gli strumenti, ne comprende limiti e potenzialità, verifica gli output, individua gli errori, integra ciò che manca, assume la responsabilità della decisione finale e ne risponde davanti al cliente.
L’intelligenza artificiale produce.
Il professionista valida.
Ed è una differenza sostanziale.
La vera risorsa che l’IA restituisce: il tempo
C’è poi un aspetto di cui si parla ancora troppo poco.
Se l’intelligenza artificiale riduce il tempo necessario per svolgere attività ripetitive, quel tempo non scompare.
Viene restituito.
La domanda, allora, non è quanto tempo l’IA farà risparmiare.
La vera domanda è: come utilizzeremo quel tempo?
Per un amministratore di condominio la risposta dovrebbe essere quasi naturale.
Più presenza negli edifici.
Più ascolto dei condomini.
Più capacità di prevenire i conflitti.
Più consulenza.
Più relazione.
Per anni abbiamo identificato la produttività con le ore trascorse davanti a uno schermo.
Forse era una semplificazione già allora.
Oggi rischia di diventare un limite culturale.
Il professionista del futuro sarà meno esecutore e più garante
L’evoluzione in corso impone un cambiamento di identità prima ancora che di strumenti.
Il valore del professionista non sarà più misurato dalla quantità di attività che svolge personalmente, ma dalla capacità di governare processi sempre più complessi.
È una trasformazione che trova riscontro anche nel quadro normativo europeo, dove l’impiego dell’intelligenza artificiale non elimina il ruolo umano, ma ne rafforza la funzione di controllo, supervisione e responsabilità.
Chi continuerà a considerare l’IA un semplice sostituto del lavoro umano probabilmente ne farà un uso limitato.
Chi comprenderà che l’IA è uno strumento da governare, e non un professionista da delegare, sarà invece in grado di offrire un servizio migliore.
Il cambiamento non riguarda le professioni. Riguarda il modo di interpretarle.
Forse il dibattito dovrebbe smettere di chiedersi quali professioni sopravvivranno all’intelligenza artificiale.
È la domanda sbagliata.
La domanda corretta è quali professionisti sapranno evolvere insieme ad essa.
Le professioni intellettuali non stanno perdendo valore.
Stanno abbandonando una parte delle attività che per troppo tempo abbiamo scambiato per il loro valore.
L’intelligenza artificiale non sostituisce la responsabilità.
Non costruisce fiducia.
Non gestisce relazioni.
Non comprende le sfumature di un conflitto umano.
E soprattutto non risponde delle proprie decisioni.
Per questo motivo il futuro non appartiene né a chi rifiuta l’intelligenza artificiale né a chi immagina di potersi fare sostituire completamente da essa.
Appartiene ai professionisti che sapranno governarla.
Perché, alla fine, la vera rivoluzione non consiste nell’avere un’intelligenza artificiale che lavora al posto nostro.
Consiste nell’avere finalmente il tempo per tornare a fare ciò che rende una professione davvero tale.
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