Nel settembre dello scorso anno una notizia arrivata dalla Spagna ha fatto il giro dei giornali. Paca, una signora di 107 anni che vive a Torrecilla en Cameros, nella regione della Rioja, ha festeggiato il compleanno circondata dalla famiglia, dai vicini e dagli abitanti del paese. Per l’occasione il Comune ha organizzato una festa con cioccolata calda e dolci, invitando l’intera comunità a partecipare.
Una storia semplice, tenera, quasi d’altri tempi. E forse proprio per questo capace di far riflettere.
Ma perché oggi una festa di compleanno organizzata per una donna di 107 anni diventa una notizia? Perché mai un gesto che un tempo sarebbe stato considerato normale amministrazione viene percepito come qualcosa di straordinario? E poi mi cade l’occhio sul dettaglio: la festa non è stata organizzata soltanto dalla famiglia o dai vicini, ma é stato il Comune a promuovere l’iniziativa e a coinvolgere la comunità.
A me sembra un particolare che fa tutta la differenza del mondo.
Per anni abbiamo pensato che il ruolo delle istituzioni fosse limitato alla gestione dei servizi, delle strade, dell’illuminazione e della sicurezza. Sempre più amministrazioni europee stanno invece comprendendo che esiste un’altra infrastruttura altrettanto importante da mantenere: quella delle relazioni umane.
Perché una comunità non si costruisce per decreto, ma può essere favorita, incoraggiata, resa possibile.
La storia di Paca mi colpisce anche per un altro motivo. Mostra una comunità che riconosce valore all’età, all’esperienza e alla memoria. Una donna di 107 anni non viene considerata un peso, ma una persona da festeggiare e da mettere al centro. E forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci mentre immaginiamo il condominio del futuro: siamo sicuri che la tecnologia sia l’unica innovazione di cui abbiamo bisogno?
I numeri
I numeri raccontano una trasformazione profonda. Secondo la Commissione Europea circa il 13% degli europei dichiara di sentirsi solo per la maggior parte del tempo. In molti Paesi europei oltre un terzo delle abitazioni è occupato da una sola persona. Nel Regno Unito il fenomeno è diventato talmente rilevante da portare alla nomina di un Ministro per la Solitudine. In Giappone, dove il problema ha raggiunto livelli ancora più estremi, esiste persino una parola specifica: “kodokushi”, che indica le persone che muoiono sole nelle proprie abitazioni senza che nessuno se ne accorga per giorni o settimane.
Anche in Europa la questione sta assumendo dimensioni sempre più importanti. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle famiglie composte da una sola persona, il lavoro da remoto e la progressiva frammentazione delle reti sociali stanno cambiando il modo di vivere i condomìni. Sempre più persone trascorrono intere giornate senza avere un contatto significativo con chi vive nello stesso edificio.
Per questo motivo alcuni Paesi stanno sperimentando modelli abitativi completamente diversi. Nei Paesi Bassi e in Danimarca si stanno diffondendo condomìni progettati per favorire l’incontro tra residenti. Cucine condivise, orti comuni, sale polifunzionali, biblioteche di quartiere e spazi di coworking non vengono più considerati semplici servizi accessori, ma strumenti per creare relazioni. In Svezia diversi complessi residenziali promuovono attività periodiche per favorire l’integrazione tra generazioni e ridurre l’isolamento sociale degli anziani. Per capire cosa potrebbe significare concretamente, immaginiamo un condominio di ottanta appartamenti dove vivono molte persone sole: pensionati, giovani professionisti, separati, studenti fuori sede. L’amministratore, insieme ai residenti e magari con il supporto del Comune o delle associazioni del territorio, decide di avviare un programma di vicinato attivo. Attraverso una semplice piattaforma digitale i condomini possono segnalare disponibilità per piccoli aiuti quotidiani, condividere informazioni o partecipare ad attività comuni. I nuovi residenti ricevono un messaggio di benvenuto. Una volta al mese viene organizzato un aperitivo nel cortile, una colazione, una serata culturale o un incontro informale. Nessuno è obbligato a partecipare, ma poco alla volta le persone iniziano a conoscersi per nome. Si crea una rete informale che rende più facile chiedere aiuto, condividere competenze e costruire fiducia reciproca. Ne ho parlato anche in questo articolo sul cohousing, clicca QUI
Insomma, per anni abbiamo immaginato il futuro dell’abitare fatto di domotica, sensori, app e intelligenza artificiale, nel frattempo peró sta emergendo una sfida molto più silenziosa: la solitudine.
Il paradosso è evidente. Viviamo a pochi metri gli uni dagli altri, condividiamo ingressi, ascensori, cortili e pianerottoli, eppure spesso non conosciamo nemmeno il nome della persona che abita dietro la porta accanto.
Lo dico da persona che si occupa di comunicazione digitale e innovazione da molti anni. Ho scritto spesso di condomìni smart, piattaforme digitali, intelligenza artificiale e nuove tecnologie applicate all’abitare. Sarebbe facile sostenere che il futuro passi esclusivamente attraverso l’innovazione tecnologica.
Eppure, più osservo ciò che accade nelle città e nei condomìni, più mi convinco che la tecnologia da sola non basti.
Sarebbe piuttosto ipocrita celebrare il condominio digitale e poi ignorare il fatto che sempre più persone vivono sole, che spesso non conoscono il vicino della porta accanto e che le relazioni di vicinato stanno diventando sempre più fragili.
Le app possono migliorare la comunicazione. L’intelligenza artificiale può semplificare la gestione. Le comunità energetiche possono ridurre i costi, ma nessuna tecnologia può sostituire il valore di una relazione umana.
Naturalmente la solitudine non può essere eliminata con una cena condominiale o con un gruppo di vicinato. Sarebbe ingenuo pensarlo. Gli edifici in cui viviamo possono favorire oppure ostacolare la nascita di relazioni significative e la buona notizia è che qualcosa si può fare.
Le soluzioni esistono già. Alcune arrivano dall’estero, altre potrebbero nascere nei nostri condomìni. Servono spazi comuni pensati per essere vissuti e non soltanto attraversati. Servono iniziative che favoriscano l’incontro tra generazioni diverse. Servono amministratori capaci di vedere il condominio non soltanto come un insieme di appartamenti, ma come una comunità di persone. E serve anche il coraggio delle istituzioni di riconoscere che la coesione sociale è un bene comune da coltivare, esattamente come una strada o un giardino pubblico.

Per decenni abbiamo progettato condomìni pensando soprattutto all’efficienza degli edifici. Oggi la sfida potrebbe essere diversa: progettare comunità oltre che abitazioni.
Perché il condominio del futuro non sarà soltanto più sostenibile, più digitale o più intelligente. Dovrà essere anche più umano.
E forse la storia di Paca ci ricorda proprio questo. Che il vero progresso non consiste soltanto nell’avere edifici sempre più tecnologici, ma nel continuare a costruire luoghi in cui una persona di 107 anni non venga dimenticata, ma festeggiata da un’intera comunità.
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