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La partecipazione del condominio alle mediazioni condominiali

La partecipazione del condominio alle mediazioni condominiali

In ambito condominiale, qualsiasi scelta dell’Amministratore deve essere mediata dalla decisione dell’assemblea dei condomini

Da diverso tempo, tra gli operatori del settore, si registra un vivace dibattito in merito alla partecipazione personale delle parti agli incontri di mediazione e al possibile strumento che permetta alla parte di farsi sostituire – in modo qualificato – da un terzo (ovvero dallo stesso avvocato) nel corso della procedura.

L’evoluzione giurisprudenziale

Sul punto, è emblematica la netta posizione assunta dal Tribunale di Roma con la sentenza n. 13630/2019, in occasione della quale il magistrato procedente ha sposato la tesi della necessaria presenza personale delle parti, ritenendo che “la necessaria partecipazione personale, non delegabile a terzo soggetto, salvo casi eccezionali (di impossibilità giuridica o materiale a comparire di persona) [sia] insita nella natura stessa delle attività nelle quali si esplica il procedimento di mediazione” ed implicita e ineludibile nella corretta interpretazione del d.lgs. 28/2010, “nel suo insieme proteso a favorire il raggiungimento di un accordo attraverso l’incontro delle parti (personalmente) e il recupero di un corretto rapporto interpersonale messo in crisi dal conflitto insorto”.

Con poche (e rarissime) eccezioni (Cfr. Tribunale di Verona, sent. n. 1626/2017), la giurisprudenza di merito era pressoché granitica e unanime nel ritenere necessaria e inderogabile, salve obiettive e valide giustificazioni, la presenza personale della parte (cfr. Trib. Firenze 26.11.2014, Trib. Firenze, 19.3.2014, Trib. Palermo, 16.7.2014, Trib. Vasto 9.3.2015, Trib. Roma 19.2.2015, Trib. Roma 14.2.2015, Trib. Bologna 11.11.2014, Trib. Bologna 5.6.2014 e Trib. Pavia 9.3.2015). La stessa Cassazione civile (sent. n. 8473/2019) ha ribadito il principio secondo cui è necessaria la comparizione personale delle parti e dei loro avvocati dinanzi al mediatore, ritenendo che solo attraverso il dialogo informale tra i soggetti coinvolti è possibile trovare quella composizione degli opposti interessi satisfattiva al punto da evitare la controversia ed essere più vantaggiosa per entrambe le parti.

È noto, sul punto, che una buona conciliazione necessiti del confronto tra le parti interessate. Ciascun titolare di interessi in contrasto è, infatti, portatore di posizioni, percezioni e idee che meritano di essere ascoltate, incanalando le energie positive con l’ausilio di un terzo sopra le parti che – senza giudicare alcuno – riesca a vedere gli spazi per avviare una discussione propositiva e funzionale alla creazione di un nuovo rapporto di dialogo tra i contendenti. In tal senso, l’assistenza professionale obbligatoria costituisce senz’altro una garanzia di tutela degli interessi (di matrice privatistica) delle parti, ma anche degli interessi (di matrice pubblicistica) di corretta applicazione delle norme per la redazione di un accordo che sia giuridicamente valido e conforme al disposto normativo.

La riforma Cartabia e l’obbligo di partecipazione personale delle parti

Da qui, come rileva la giurisprudenza di merito, la necessità della personale presenza delle parti nel percorso conciliativo che si segue durante i procedimenti di mediazione. Necessità ritenuta talmente rilevante da aver portato il legislatore, con la c.d. Riforma Cartabia, a codificare tale obbligo. L’articolo 8, comma 4 (rubricato: “Procedimento”) del D. Lgs. n. 28 del 4 marzo 2010, rinnovato dalla “Riforma Cartabia” espressamente prevede che: «Le parti partecipano personalmente alla procedura di mediazione. In presenza di giustificati motivi, possono delegare un rappresentante a conoscenza dei fatti e munito dei poteri necessari per la composizione della controversia. I soggetti diversi dalle persone fisiche partecipano alla procedura di mediazione avvalendosi di rappresentanti o delegati a conoscenza dei fatti e muniti dei poteri necessari per la composizione della controversia. Ove necessario, il mediatore chiede alle parti di dichiarare i poteri di rappresentanza e ne dà atto a verbale».

Rinviando ad altri interventi la riflessione circa i “giustificati motivi” e la modalità di conferimento della delega al rappresentante, in questa sede intendiamo soffermarci sull’inciso iniziale a mente del quale le parti «partecipano personalmente» alla procedura, con particolare riferimento alla mediazione condominiale. In questo senso, ci si domanda quale possa essere l’effettiva compatibilità della previsione di partecipazione personale della parte alle procedure di mediazione rispetto al ruolo di mandatario dell’assemblea dei condomini per lo svolgimento di alcune – essenziali – attività previste espressamente dal Codice civile. Nella formazione dei mediatori, invero, viene spesso attenzionata la figura del “terzo referente”, ovverossia quel soggetto che non appare direttamente nella procedura, ma la cui figura “incombe” costantemente e “guida”, quando non influenza profondamente, le scelte delle parti.

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La partecipazione personale “del Condominio”

In ambito condominiale, qualsiasi scelta dell’Amministratore deve essere mediata dalla decisione dell’assemblea dei condomini (Cfr. art. 41-quater disp. att. c.c.). Quest’ultima non assume una scelta democratica, ma decide in base alla volontà della maggioranza che si viene a formare dinanzi una scelta estremamente semplice: approvare o non approvare un determinato accordo.

Il caso della scelta della maggioranza

Laddove la scelta assembleare fosse “democratica”, l’assise condominiale cercherebbe non già di primeggiare raccogliendo consenso (o contrarietà), ma si impegnerebbe per individuare la soluzione migliore per la gestione del contrasto, ovvero la minore tra le peggiori soluzioni alternative, operando un bilanciamento degli interessi promossi da tutte le componenti dell’assemblea. La logica conseguenza di tale riflessione sarebbe la necessaria compresenza – accanto all’amministratore – di alcuni condomini “rappresentanti” i contrapposti interessi in gioco, perché possano in via immediata acquisire informazioni e conoscenza dell’ambito della mediazione, rivalutando le proprie posizioni alla luce del contributo proattivo del mediatore.

Il caso della “personalizzazione” dell’azione contro l’amministratore

Sotto altro profilo, invece, non si può escludere la (necessaria?) personalizzazione dell’azione rivolta al Condominio, ma – di fatto – promossa nei confronti dell’Amministratore. Quante volte, infatti, dietro l’impugnazione della delibera di approvazione del bilancio si nasconde un profondo disagio nei confronti della gestione dell’amministratore, nei cui confronti si prova grande sfiducia? In tale caso, la scelta della maggioranza di approvazione della delibera trova il proprio contraltare nella volontà di dimostrare le (ritenute) scorrettezze della gestione, “smascherando” le improvvide scelte di un’amministrazione ritenuta carente e problematica. Secondo tale prospettazione, l’avvio di una procedura di mediazione verso il Condominio rappresentato dall’Amministratore rappresenterebbe un’occasione di confronto che potrebbe senz’altro giovare alla creazione di un nuovo rapporto di fiducia o, quanto meno, di un più sereno clima di dialogo e confronto.

Appare, quindi, evidente la difficoltà di procedere con l’esatta individuazione del “centro di interesse” in relazione alla complessità delle posizioni dell’assemblea in relazione a molte vicende che vedono il Condominio come parte di un procedimento di mediazione, con la conseguente necessità che il Legislatore ripensi l’istituto per meglio adattarlo alle poliformi dinamiche condominiali, valorizzando anche i centri di interesse “non dominanti”, coinvolgendo – laddove necessario – anche l’intera compagine assembleare nel percorso conciliativo avviato.

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Avv. Peter Lewis Geti

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