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L’amministratore cessato dall’incarico deve essere riconfermato con modalità di legge richieste a pena di nullità

L’amministratore cessato dall’incarico deve essere riconfermato con modalità di legge richieste a pena di nullità

La sentenza, se pur risulta in linea con la normativa e coerente con il (nuovo) sistema delineato dal legislatore rappresenta un campanello di allarme.

Nel caso analizzato dal Tribunale di Roma,  un amministratore si è visto opporre dal condominio precedentemente gestito il decreto ingiuntivo ottenuto e notificato per il pagamento di un’ingente somma di denaro, pretesa a titolo di compenso professionale rimasto insoluto.

Il giudice, dopo aver compiutamente esaminato la documentazione riversata in atti ed aver ricostruito il ruolo dell’amministratore di condominio, così come delineato dal legislatore della riforma, ha concluso con il rigetto delle istanze creditorie.

Dall’istruttoria, infatti, è emerso che, successivamente al primo biennio di incarico (il famoso 1+1, arg. ex art. 1129, comma 10, c.c.) costui non fosse stato “riconfermato” dall’assemblea nelle forme di legge di cui all’art. 1129 c.c. (inderogabile ex art. 1138 c.c.).

In particolare, viene osservato come l’onerosità del mandato (tranne che per i condomini-i inferiori a 8 persone) sia divenuto, con la novella del 2013, un elemento essenziale del negozio.

A mente dell’art. 1129 comma 14, c.c., infatti, l’indicazione analitica del compenso percepito è richiesta a pena di nullità della nomina e, quindi, della relativa delibera.

Per questi motivi, dunque, dovendosi considerare radicalmente nullo il mandato (nemmeno sanabile tramite ratifica, ex art. 1421 c.c.) e non avendo, l’amministratore “scaduto”, ai sensi dell’art. 1129, comma 8, c.c., diritto a ulteriore corrispettivo dalla data di fine dell’incarico e sino a quella di nomina del nuovo amministratore, per il giudice romano ne conseguirebbe, in maniera piuttosto lineare, che tutto il periodo preso in esame sia da considerare svolto in regime di prorogatio.

Attenzione, però.  Non la “vecchia” prorogatio imperii ante riforma, intesa come pienezza delle attribuzioni e di compensi.  Bensì quella “nuova”, con limitazione dei poteri agli atti indifferibili ed urgenti e senza diritto ad alcun compenso. Questo è quanto precisa il Tribunale di Roma, con sentenza del 24/09/2019.

La sentenza, che può destare grande sorpresa, in realtà risulta in linea con la normativa e coerente con il (nuovo) sistema delineato dal legislatore.

Si osserva, però, che essa rappresenta un campanello di allarme.

Molti amministratori infatti, forse con un’idea romantica di gestione condominiale “in famiglia”, in voga 30 o 40 anni fa, confidando nel “buon senso” degli amministrati, ritengono che il loro incarico si rinnovi tacitamente, a tempo indefinito, rifacendosi (a volte anche implicitamente) al compenso già in precedenza percepito.

Ecco, tale ordine di idee va decisamente respinto e abolito.

In seguito alla riforma, infatti, si può parlare di rinnovo automatico solo alla scadenza del primo anno di incarico.

Finito il secondo, invece, è onere dell’amministratore (e, a questo punto, estremo interesse) portare in discussione la sua riconferma (o la nuova nomina, che dir si voglia) per non entrare di default in regime di (nuova) prorogatio.

Stando così le cose, allora, ci si chiederà: cosa faccio se, convocata l’assemblea per la mia riconferma, non si raggiunge il quorum di legge?

Seguendo il ragionamento del giudice romano, le conclusioni non cambierebbero.

L’amministratore, semplicemente, non risulterebbe nominato (o riconfermato) e andrebbe considerato “scaduto”.

Similmente, qualora non fosse stato indicato nuovamente (e analiticamente), anche attraverso allegazione, il corrispettivo (non basta, insomma, il richiamo generico a precedenti delibere od offerte).

L’amministratore così (non) riconfermato, dunque, continuerebbe ad avere poteri limitati agli atti urgenti, senza diritto a percepire compensi.

L’uscita da tale situazione paradossale, però, non è senza rimedio, posto che egli potrebbe pur sempre adire (autonomamente) il Tribunale per far nominare al condominio un amministratore giudiziario.

Insomma, il nostro amministratore è avvertito.  Se la sua riconferma o nomina non dovesse avvenire con tutti i criteri di legge, il rischio (serissimo) sarebbe quello di trovarsi ad amministrare per mesi (e magari anche anni, come nel caso deciso) senza diritto a percepire alcun compenso.

Una vera disgrazia.

©Riproduzione riservata

Avv. Valerio Palma

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