Ci sono articoli che affrontano un tema specifico. E ce ne sono altri che, pur partendo da una vicenda circoscritta, riescono a sollevare interrogativi che riguardano tutti.
Mi è accaduto leggendo il recente intervento dell’avvocato Nicola Canestrini dedicato alle garanzie previste dall’articolo 103 del Codice di procedura penale e al delicato equilibrio tra esigenze investigative e diritto di difesa.
Il centro della sua riflessione, a mio avviso, non è soltanto giuridico.
È culturale.
Canestrini ricorda che difendere le prerogative della professione forense non significa rivendicare privilegi di categoria. Significa preservare una funzione che la Costituzione considera essenziale per lo Stato di diritto. Se vengono meno le condizioni che consentono all’avvocato di esercitare liberamente il proprio ruolo, non è il professionista a essere il primo danneggiato. È il cittadino. Perché si indebolisce una garanzia posta a tutela dei suoi diritti.
Mentre terminavo la lettura, non riuscivo a evitare un’altra riflessione.
Forse questo principio riguarda anche noi.
Forse riguarda anche gli amministratori di condominio.
Quando la critica diventa delegittimazione
L’amministratore di condominio è una figura inevitabilmente esposta.
Ogni decisione incide sugli interessi economici di qualcuno. Ogni scelta produce consenso e dissenso. Ogni intervento può essere contestato.
Fa parte della professione.
Molto meno fisiologico è ciò che sta accadendo negli ultimi anni.
L’amministratore viene sempre più spesso rappresentato come il problema, anziché come uno degli strumenti attraverso cui il condominio prova a risolvere i propri problemi.
È una narrazione che si alimenta di episodi isolati, di esperienze negative, di generalizzazioni che finiscono per trasformare l’eccezione nella regola.
È qui che il piano cambia.
La critica al singolo professionista è legittima. Anzi, è indispensabile.
La delegittimazione della funzione è un’altra cosa.
Ed è infinitamente più pericolosa.
L’autorevolezza non tutela chi la esercita. Tutela chi ne beneficia.
Esiste un equivoco che attraversa molte professioni.
Si tende a pensare che autorevolezza significhi chiedere rispetto in quanto categoria.
In realtà accade l’opposto.
L’autorevolezza serve affinché una funzione possa essere esercitata nell’interesse della collettività.
Un giudice autorevole tutela la giustizia.
Un medico autorevole tutela la salute.
Un avvocato autorevole tutela il diritto di difesa.
Allo stesso modo, un amministratore autorevole tutela il corretto funzionamento della comunità condominiale.
Non è un vantaggio personale.
È una condizione di efficacia.
Perché un amministratore costantemente delegittimato faticherà a far rispettare le delibere assembleari, incontrerà maggiori ostacoli nell’applicazione della legge, sarà meno libero di assumere decisioni anche quando queste risultano necessarie ma impopolari.
A pagarne il prezzo, alla fine, non sarà lui.
Sarà il condominio.
Il vero nodo è la crisi dell’autorevolezza
Forse il punto è proprio questo.
Continuiamo a discutere delle singole professioni senza accorgerci che il fenomeno è molto più ampio.
Viviamo una stagione nella quale l’autorevolezza viene spesso confusa con il potere, e il potere viene guardato con sospetto a prescindere.
Così ogni funzione di garanzia diventa facilmente bersaglio.
Si contesta il medico.
Si sospetta del magistrato.
Si delegittima l’avvocato.
Si attacca l’amministratore di condominio.
Naturalmente nessuna professione deve essere sottratta al controllo.
La responsabilità professionale è uno dei pilastri di una società moderna.
Ma responsabilità e delegittimazione non sono sinonimi.
La prima migliora le istituzioni.
La seconda le svuota dall’interno.
Una società costruita sul sospetto permanente non produce cittadini più consapevoli.
Produce soltanto professionisti più deboli, istituzioni più fragili e una conflittualità destinata ad aumentare.
Il condominio, in fondo, è il laboratorio più fedele di ciò che accade nella società.
E ciò che osserviamo ogni giorno nelle assemblee è spesso il riflesso di una crisi culturale ben più ampia.
Recuperare il valore della funzione
L’amministratore di condominio non chiede privilegi.
Non pretende immunità.
Non rivendica un’autorità sottratta al controllo dei condòmini o della legge.
Chiede qualcosa di molto più semplice e, forse, molto più importante.
Che venga riconosciuto il valore della funzione che esercita.
Una funzione che richiede competenza, indipendenza, equilibrio e capacità di assumere decisioni nell’interesse della collettività condominiale, anche quando queste decisioni risultano scomode.
È esattamente questo il punto che ho colto leggendo l’articolo di Nicola Canestrini.
Le professioni non esistono per difendere se stesse.
Esistono perché il legislatore affida loro funzioni che ritiene essenziali per il buon funzionamento della società.
Per questo devono essere sottoposte a controlli rigorosi, chiamate a rispondere dei propri errori e valutate con severità.
Ma, proprio per questo, devono anche essere messe nelle condizioni di esercitare la propria funzione senza essere quotidianamente delegittimate.
Perché una comunità che smette di riconoscere l’autorevolezza delle proprie funzioni di garanzia non sta punendo una categoria.
Sta lentamente rinunciando a uno degli strumenti che rendono possibile la convivenza civile.
E quando questo accade, il prezzo non lo paga mai soltanto il professionista.
Lo paghiamo tutti.
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