Giovedì sera, ore 19.
In una grande cucina luminosa, qualcuno sta tagliando verdure, qualcun altro apparecchia una tavolata lunga. Una bambina corre tra i tavoli con una caraffa d’acqua più grande di lei. Due anziani stanno discutendo su come migliorare l’orto comune.
Tra poco si cena. Non è una festa. Non è un evento speciale.
È semplicemente giovedì sera nel condominio.
Succede in Danimarca, in uno dei tanti complessi residenziali costruiti secondo il modello del cohousing. Qui ogni famiglia ha il proprio appartamento, la propria privacy, la propria vita, ma alcune cose si condividono. Come la cucina, il giardino e anche il tempo.
Ma la cosa più sorprendente è questa: per entrare in queste comunità spesso si aspetta anni.
Il cohousing nasce proprio in Danimarca negli anni Sessanta. L’idea è semplice ma radicale: progettare le case pensando non solo allo spazio privato, ma anche alla relazione tra chi ci vive. Ogni abitazione è autonoma, ma il complesso include alcuni spazi comuni pensati per favorire l’incontro:
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una grande cucina e sala da pranzo condivisa
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orti e giardini coltivati insieme
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lavanderie comuni
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spazi per bambini e attività comunitarie
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assemblee dove le decisioni si prendono insieme
Non si tratta di vivere tutti insieme come in una comune. La privacy rimane intatta ma esiste un aspetto che fa tutta la differenza: la comunità non nasce per caso, è progettata.
La cena del giovedì
In molti cohousing danesi funziona così: ogni settimana alcune famiglie si occupano della cena comune. Preparano il pasto per tutti. Chi vuole partecipa, chi preferisce restare a casa lo fa senza problemi, ma quella tavola resta lì, come una possibilità. Si tratta di un momento semplice che però cambia molte cose.
Perché quando conosci il vicino, quando hai parlato con lui davanti a un piatto di pasta o a una zuppa calda, è molto più difficile trasformarlo nel nemico dell’assemblea condominiale.
E in Italia?
Se immaginiamo la scena in molti condomìni italiani, la distanza culturale appare evidente. Le assemblee spesso iniziano con l’elenco dei problemi. Il parcheggio, il rumore, il vicino che lascia la bicicletta nel cortile.
Le relazioni tra chi abita nello stesso edificio sono spesso minime. A volte ci si incrocia sulle scale senza nemmeno sapere il nome dell’altro e il condominio diventa così una convivenza forzata, più che una comunità.
Ma siamo proprio sicuri che il problema siano le persone, con il loro carattere?
E se la differenza stesse nel modo in cui progettiamo gli spazi e la vita collettiva? Nei cohousing nordici, gli architetti partono da una domanda diversa: come possiamo facilitare l’incontro tra vicini? In molti condomìni italiani, invece, gli spazi comuni sono ridotti al minimo indispensabile e spesso vissuti come luoghi di conflitto. Intendiamoci: non é che l’architetto di un palazzo ci si metta di impegno nel far litigare la gente, pero’ nel progettare gli spazi non parte dalle persone, parte da criteri di economicitá, produttivitá e redditivitá. L’aspetto relazionale non é minimamente contemplato.
Il cohousing probabilmente non è la soluzione universale perché comunque richiede partecipazione, disponibilità e un certo spirito comunitario. Peró é vero che racconta qualcosa di interessante: il condominio può essere pensato anche in modo diverso. Non solo come un edificio dove convivono persone che cercano di evitarsi, ma come un luogo dove, almeno ogni tanto, qualcuno bussa alla porta per dire: “stasera si mangia insieme. Vieni?”
Nei paesi del Nord Europa l’1-2% della popolazione vive in cohousing, cioè complessi residenziali con spazi condivisi progettati per creare comunità. Se i co-houser italiani (circa 50 progetti) diventassero l’1% della popolazione, questo significherebbe ristrutturare più di 130.000 edifici. Cosa aspettiamo?
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