Nelle deliberazioni assembleari, per il raggiungimento del quorum, vanno considerati anche i condòmini in conflitto d’interesse

Nelle deliberazioni assembleari, per il raggiungimento del quorum, vanno considerati anche i condòmini in conflitto d’interesse

Ai fini del raggiungimento del quorum previsto dalla legge nelle deliberazioni assembleari vanno considerati anche le quote millesimali dei condòmini in conflitto d’interesse rispetto all’oggetto della delibera stessa, i quali hanno la facoltà ma non l’obbligo di astenersi dalla votazione.

Ai fini del raggiungimento del quorum previsto dalla legge nelle deliberazioni assembleari vanno considerati anche le quote millesimali dei condòmini in conflitto d’interesse rispetto all’oggetto della delibera stessa, i quali hanno la facoltà ma non l’obbligo di astenersi dalla votazione.

La Corte d’Appello di Firenze, con sentenza n. 2075/2020 pubblicata l’11 novembre,  recependo così il più recente e maggioritario orientamento giurisprudenziale, riforma la sentenza di primo grado e annulla la delibera, in quanto assunta senza la maggioranza stabilita dal secondo comma dell’art. 1136 c.c.

Il fatto. L’assemblea condominiale era chiamata a deliberare in merito alla transazione di una controversia sorta tra il condominio stesso e due condòmini, i quali avevano subito ingenti danni – accertati in sede di apposito ATP – da un’infiltrazione di acqua nel tetto condominiale. Dato l’evidente conflitto di interessi, i due proprietari danneggiati si astenevano dalla votazione, limitandosi ad accettare la proposta transattiva formulata all’unanimità dal resto dell’assemblea. Due dei condòmini che non avevano preso parte all’assemblea e a cui era stata data comunicazione della delibera, decidevano tuttavia di impugnarla in quanto, a loro dire, emanata in difetto della maggioranza prevista dalla legge: nel caso specifico la metà del valore dell’edificio (500 millesimi).

In primo grado. La controversia era affidata al competente Tribunale di Livorno, il quale era così chiamato a stabilire se, ai fini della determinazione della maggioranza e della conseguente validità delle deliberazioni, le quote dei condòmini in condizione di conflitto di interesse andassero o meno conteggiate. La Corte territoriale, richiamando un non recentissimo orientamento giurisprudenziale, secondo cui “ai fini del calcolo delle maggioranze assembleari…non vanno computati la quota di partecipazione condominiale e il voto del condomino che sia in conflitto di interessi”, dichiarava alfine la validità della delibera e condannava i due attori opponenti alle spese.

La giurisprudenza. Il principio adottato dal Tribunale trova origine nella interpretazione estensiva dell’art. 2373 c.c. sul conflitto di interessi nelle deliberazioni assembleari delle società per azioni ad opera della Corte di Cassazione (sentenza n. 10683 del 22.07.2002). Si è di contro assistito negli ultimi anni ad un netto mutamento di orientamento nelle pronunce della Corte di legittimità, che, lungi dal riscontrare analogie tra le due discipline, si è così espressa con la sentenza n. 19131 del 28.09.2015, ripresa dalla sentenza n. 1849 del 25.01.2018: “In tema di condominio, le maggioranze necessarie per approvare le delibere sono inderogabilmente quelle previste dalla legge in rapporto a tutti i partecipanti ed al valore dell’edificio, sia ai fini del quorum costitutivo sia di quello deliberativo, compresi i condomini in potenziale conflitto di interesse con il condominio, i quali possono (non debbono) astenersi dall’esercitare il diritto di voto. Pertanto, anche nell’ipotesi di conflitto di interesse, la deliberazione deve essere presa con il voto favorevole di tanti condomini che rappresentino la maggioranza personale  e reale fissata dalla legge e, in caso di mancato raggiungimento della maggioranza necessaria per l’impossibilità di funzionamento del collegio, ciascun partecipante può ricorrere all’Autorità Giudiziaria.

La Corte d’Appello. La causa finiva quindi sulla cattedra dei giudici di Firenze, i quali, esaminate e respinte le eccezioni pregiudiziale e preliminari, sposavano il mutato orientamento giurisprudenziale e annullavano pertanto la delibera assembleare impugnata, in quanto, senza la partecipazione dei due condòmini interessati, il valore della somma dei votanti risultava essere pari a 460,10 millesimi, e quindi inferiore alla metà del valore dell’edificio.

Overruling” e spese. Determinante, ai fini della riforma della sentenza di primo grado, è stato quindi il mutamento dell’orientamento giurisprudenziale. La Corte d’Appello, pur ammettendo l’esistenza di pronunce contrastanti, ne ha valutato la differente collocazione temporale (contrasto diacronico) ed ha accolto prudentemente quello più recente. Lo stesso cambio di orientamento non ha mancato tuttavia di produrre effetti: è stato infatti ritenuto idoneo a determinare la compensazione delle spese del doppio grado di giudizio.

In conclusione, per la Corte d’Appello di Firenze le norme che disciplinano le maggioranze necessarie per la valida deliberazione dell’assemblea non possono essere derogate dalla sussistenza di eventuali conflitti di interesse in capo ai condòmini. Infatti, ai fini del computo del quorum, costitutivo e deliberativo, è necessaria la partecipazione ed il consenso di tutti i condòmini che rappresentano la maggioranza, personale e reale, fissata dalla legge. A ciascun partecipante è data la possibilità di ricorrere all’Autorità Giudiziaria nel caso di mancato raggiungimento della maggioranza per impossibilità di funzionamento del collegio assembleare.

Avv . Luigi Bernardi

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