Sono le 22.47. Nel gruppo WhatsApp del condominio compare un messaggio: «Visto che nessuno ha il coraggio di dirlo, lo dico io…». Seguono accuse, considerazioni sull’operato di qualcuno, magari un’insinuazione. Tre pollici alzati, una faccina che ride, qualcuno rincara la dose, un altro recupera una questione rimasta in sospeso dall’assemblea dell’anno precedente. Poi arriva lo screenshot. Quello che fino a pochi minuti prima sembrava il solito sfogo da chat condominiale ha improvvisamente una vita propria.
Non siamo molto lontani da ciò che è accaduto in un condominio di Monza durante gli anni del Superbonus 110%. Una controversia particolarmente accesa sull’installazione del cappotto termico e sull’affidamento dei lavori aveva diviso i condomini. Nel corso dello scontro, uno di loro inviò una comunicazione nella chat condominiale nella quale, rivolgendosi a un consigliere dello stabile, faceva riferimento alla possibilità che percepisse una “fee o commissione” e lasciava intendere che dietro il suo comportamento potesse esserci un interesse economico. Il destinatario ritenne quelle affermazioni lesive della propria reputazione e si rivolse al Tribunale chiedendo 20.000 euro di risarcimento.
Con la sentenza n. 754 dell’11 aprile 2025, il Tribunale di Monza ha respinto la richiesta. Il giudice ha ritenuto che quelle espressioni, pur dure e inappropriate, dovessero essere valutate all’interno del contesto nel quale erano state pronunciate: una lunga e aspra controversia condominiale che coinvolgeva lavori di grande rilevanza economica. La critica può essere pungente e severa, ha sostanzialmente ricordato il Tribunale, purché rimanga collegata ai fatti e all’operato della persona nel ruolo che ricopre e non si trasformi in un attacco personale fine a sé stesso.
Fin qui il diritto. Ma la vicenda racconta anche qualcosa di molto interessante sul modo in cui è cambiata la comunicazione all’interno dei condomìni.
Con il digitale, l’assemblea non finisce mai
Prima dell’arrivo delle chat, il conflitto condominiale aveva almeno un limite fisico e temporale. Si litigava in assemblea, magari furiosamente, ma a un certo punto qualcuno chiudeva il verbale, si spegnevano le luci e si tornava a casa. La distanza offriva, volenti o nolenti, un tempo di raffreddamento.
WhatsApp ha eliminato quel confine. Il condominio è diventato potenzialmente un’assemblea permanente, aperta ventiquattro ore su ventiquattro. Una discussione può iniziare alle otto del mattino davanti all’ascensore, continuare durante la pausa pranzo sul telefono e riesplodere alle undici di sera perché qualcuno ha avuto finalmente il tempo di leggere i quarantasette messaggi precedenti.
Il problema non è WhatsApp. È ciò che il mezzo modifica nella nostra comunicazione.
Quando parliamo faccia a faccia riceviamo continuamente informazioni dall’altra persona. Vediamo un’espressione cambiare, percepiamo un silenzio, sentiamo il tono della voce e possiamo correggere una frase mentre la stiamo pronunciando. Nella comunicazione scritta gran parte di questi segnali scompare. Una frase che nella nostra testa era ironica può apparire aggressiva. Una risposta sintetica può sembrare sprezzante. Persino un innocente pollice alzato può essere interpretato come approvazione, sarcasmo o provocazione.
A questo si aggiunge un elemento ancora più potente: la platea.
Quando scrivo privatamente a un vicino sto parlando con lui. Quando scrivo la stessa frase nel gruppo del condominio sto parlando a lui davanti a trenta persone. Non cambia soltanto il numero dei destinatari: cambia la natura stessa della comunicazione. Entrano in gioco reputazione, appartenenza, alleanze e bisogno di difendere pubblicamente la propria posizione. Una semplice divergenza può trasformarsi rapidamente in una rappresentazione nella quale nessuno vuole essere quello che “ha perso” davanti agli altri.
Il messaggio resta
C’è poi un’altra differenza rispetto alla discussione sul pianerottolo. É BENE RICORDARSELO: ciò che scriviamo rimane!!
Un messaggio può essere fotografato, inoltrato, estratto dal contesto e riletto mesi dopo. La Cassazione ha riconosciuto da tempo valore documentale ai messaggi elettronici e la giurisprudenza continua a confrontarsi con chat e screenshot prodotti nelle controversie. In altre parole, quella frase scritta alle 23.16 mentre eravamo furiosi può sopravvivere molto più a lungo della rabbia che l’ha generata.
COME FARE?
Questa una delle competenze comunicative che dovremo imparare più velocemente: introdurre volontariamente quel tempo di raffreddamento che la tecnologia ha eliminato.
Immaginiamo una situazione banalissima. Nel cortile compare per la terza volta un sacchetto della spazzatura lasciato nel posto sbagliato. Un condomino fotografa tutto e scrive nel gruppo: «Complimenti al solito incivile del secondo piano. Tanto sappiamo tutti chi è». Nel giro di pochi minuti qualcuno mette un’emoji, un altro aggiunge che “fa sempre così”, il diretto interessato interviene sentendosi pubblicamente accusato e la discussione si sposta rapidamente dal sacchetto alle biciclette lasciate nell’androne sei mesi prima, fino a coinvolgere l’amministratore.
La stessa comunicazione avrebbe potuto iniziare in modo completamente diverso: «È la terza volta che troviamo dei rifiuti in quest’area. Ricordo che il punto di raccolta è quello indicato dal regolamento. Se qualcuno ha difficoltà con gli orari o con il conferimento, segnaliamolo all’amministratore».
Il problema è identico. La comunicazione no.
Nel primo messaggio abbiamo identificato un colpevole, attribuito un’etichetta e soprattutto convocato una platea. Nel secondo abbiamo descritto un fatto e indicato una soluzione. È una differenza apparentemente piccola che, nella vita quotidiana di un condominio, può evitare ore di discussione.
Prima di scrivere, cambiare domanda
Per questo forse abbiamo bisogno di una nuova educazione alla comunicazione condominiale digitale. Non di regolamenti da venti pagine che nessuno leggerà, ma di poche abitudini.
Prima di premere “Invio” potremmo chiederci se stiamo descrivendo un comportamento oppure giudicando una persona. Se il messaggio riguarda davvero tutti oppure dovrebbe essere inviato privatamente. Se lo scriveremmo nello stesso modo sapendo che potrebbe essere letto ad alta voce durante un’assemblea. E, soprattutto, se è necessario scriverlo proprio adesso.
Anche l’amministratore ha un ruolo importante. Non dovrebbe diventare il moderatore permanente di ogni conversazione, ma può stabilire fin dall’inizio la funzione del gruppo: segnalazioni rapide, informazioni pratiche e comunicazioni di interesse comune. Le questioni personali, le contestazioni e soprattutto le accuse hanno altri luoghi e altri strumenti.
La tecnologia, ancora una volta, non è né buona né cattiva. Amplifica ciò che facciamo.
Una chat ben utilizzata può risolvere in pochi minuti problemi che un tempo richiedevano telefonate, lettere e avvisi affissi nell’androne. Utilizzata male, può trasformare trenta persone che condividono un edificio in trenta commentatori permanenti della vita degli altri.
Il Tribunale può stabilire, dopo mesi o anni, se una frase abbia superato oppure no il confine del diritto di critica.
A noi resta una possibilità molto più semplice.
FERMARCI qualche secondo PRIMA.
E premere “Invio” soltanto DOPO.
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