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Sai cos’è la renoviction?

Sai cos’è la renoviction?

La transizione green negli edifici può trasformarsi in una frattura tra chi resta e chi è costretto ad andare.

Quando si parla di sostenibilità in condominio, il dibattito si ferma quasi sempre alla superficie. Cappotti termici, pannelli solari, incentivi fiscali, classi energetiche. Una sequenza rassicurante di parole che promettono risparmio, efficienza, futuro. Eppure, chi vive davvero i condomìni lo sa: il problema non è mai l’impianto. È tutto ciò che succede prima.

Il termine renoviction nasce nei Paesi anglosassoni e mette insieme due parole: renovation e eviction. Ristrutturazione e sfratto. Indica una dinamica sempre più osservata nei contesti urbani europei e nordamericani: edifici che vengono riqualificati — spesso in nome della sostenibilità e dell’efficientamento energetico — e che, proprio per questo, diventano improvvisamente inaccessibili per chi ci vive.

Non si tratta quasi mai di uno sfratto diretto. Nessuna lettera brutale, nessun ufficiale giudiziario. La pressione è più sottile. I lavori rendono l’abitazione temporaneamente invivibile. Le spese aumentano. Gli affitti salgono. Le quote condominiali diventano insostenibili per una parte dei residenti. Il risultato è lo stesso: qualcuno se ne va. Non perché lo abbia scelto, ma perché non può permettersi di restare.

È su questo fenomeno che diversi media europei hanno acceso i riflettori parlando di greenlash: il contraccolpo sociale della transizione verde. Un termine che racconta bene il paradosso in atto. Il green, prima di essere una soluzione, è spesso un acceleratore di conflitti latenti. Fa emergere differenze economiche, aspettative opposte, paure che nei condomìni esistono da sempre ma che, senza una decisione concreta sul tavolo, restano silenziose.

Quando il green entra in assemblea

Nei Paesi del Nord Europa, dove le politiche di riqualificazione energetica sono più avanzate, questo è ormai evidente. Gli edifici residenziali sono responsabili di circa il 40% dei consumi energetici e delle emissioni di CO₂, e l’Unione Europea ha fissato obiettivi ambiziosi: decine di milioni di edifici da rinnovare entro il 2030. Ma i numeri raccontano anche altro. Meno dell’1% del patrimonio edilizio europeo viene ristrutturato ogni anno. E una delle ragioni non è tecnica, ma sociale.

Perché ristrutturare significa decidere. Chi paga oggi per un beneficio che arriverà domani. Chi resta e chi pensa di vendere. Chi ha liquidità e chi vive con una pensione o un reddito fisso. La sostenibilità rompe l’equilibrio apparente del condominio, costringe a prendere posizione, toglie l’alibi del “rimandiamo”.

La renoviction è la forma estrema di questo processo. Ma sarebbe un errore pensare che riguardi solo le grandi città o il mercato degli affitti. Anche nei condomìni italiani, dove il fenomeno si manifesta in modo meno drammatico, la dinamica è riconoscibile: assemblee che si spaccano, tensioni che si personalizzano, accuse reciproche di egoismo o irresponsabilità. Il cappotto diventa il bersaglio, ma il conflitto nasce molto prima.

Nei contesti dove la transizione energetica funziona meglio, la differenza non la fa la tecnologia. La fanno i processi. Informazione chiara, tempi realistici, ruoli definiti, accompagnamento alle decisioni. Non condomìni più “buoni”, ma più consapevoli. Il vero beneficio, spesso invisibile, è una governance più matura, che riduce il rischio di scontri successivi e di decisioni subite.

Parlare di sostenibilità in condominio senza parlare di conflitto significa raccontare solo metà della storia.

La renoviction ci ricorda che il cambiamento, quando entra nelle case e nei bilanci delle persone, non è mai neutro. E che abitare insieme, soprattutto oggi, non è solo una questione energetica, ma profondamente umana.

Forse è da qui che vale la pena ripartire: non chiedendosi solo quale impianto installare, ma come accompagnare una comunità a decidere. Perché il futuro green degli edifici passa prima dalle assemblee che dai cantieri.

©Riproduzione riservata

Vania Pavan

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