Sulla riforma del condominio si è consumata l’ennesima occasione mancata. Nel frattempo, condomìni e amministratori continuano a muoversi dentro regole vecchie e responsabilità sempre più pesanti. A fare la differenza, questa volta, non è stato il “muro” delle istituzioni: è stata la frammentazione della rappresentanza e la rinuncia a incidere davvero.
Gli amministratori, questa volta, non hanno “perso” una semplice riforma: hanno perso l’occasione di uscire dall’equivoco più umiliante del settore, quello che li vuole subalterni alla proprietà, trattati come dipendenti (“io pago, tu esegui”) ma caricati di responsabilità da professionisti “a rischio pieno”.
La riforma, sicuramente migliorabile grazie anche alla istituzione dei tavoli tecnici e al confronto democratico con tutte le associazioni di categoria, avrebbe potuto mettere un argine a questo cortocircuito con un riconoscimento più netto del ruolo e con confini operativi più chiari:
- durata del mandato meno ballerina;
- regole più certe su nomina e cessazione;
- stop alla prorogatio usata come leva per far lavorare “in continuità” anche quando non si vuole confermare né sostituire;
- ridurre conflitti e contenziosi;
- mettere in sicurezza la professione in senso tecnico e reputazionale.
Invece si resta nel modello che conviene a chi vive di confusione: amministratori sotto pressione, condomìni divisi, e “professionismo” ridotto a parola buona per i convegni ma troppo scomoda quando si tratta di scrivere regole che valorizzano i competenti e isolano chi improvvisa.
Il punto vero è: un condominio fragile conviene:
- Conviene a chi vuole amministratori ricattabili e sottopagati.
- Conviene a chi preferisce assemblee emotive, non informate, dove si decide sull’onda del risentimento.
- Conviene a chi campa di conflitto, di contenzioso seriale, di contrapposizioni.
- Conviene perfino a quel “nanismo associazionistico” che ha trasformato la rappresentanza in un arcipelago di micro-sigle: tante bandierine, poca capacità di incidere.
Il settore, diciamolo senza giri di parole, si merita una parte di questa marginalità: non basta indignarsi sui social o nei convegni. Servono proposte tecniche, testi, standard operativi, numeri, e soprattutto presenza stabile nei luoghi dove le regole si scrivono. Altrimenti il copione resta sempre lo stesso.
La domanda finale è: chi vuole tutto questo?
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